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Parole nel vento
Voi, mie parole, tradite invano il morso secreto, il vento nel cuore soffia. La più vera ragione è di chi tace. (Eugenio Montale)
By:FireArrow
Postato giovedì, 09 luglio 2009

Speriamo che, quanto riportato nell'articolo seguente - pubblicato oggi da Il Sole 24 Ore - diventi realtà. E, soprattutto, che lo diventi per tutti coloro che vantano crediti nei confronti della Lehman Brothers.

«I rimborsi di Lehman arriveranno in tre anni»
dall'inviato Laura Serafini

NEW YORK. Una prima tornata di rimborsi ai creditori di Lehman Brothers Holding (Lbhi), la casa madre del gruppo finito in Chapter 11, potrebbe arrivare tra «settembre 2010 e settembre 2011». E questo utilizzando la cassa che Lbhi ha prodotto dopo il default, oggi pari a 12 miliardi dollari, e asset illiquidi composti da «immobili, investimenti di private equity, investimenti in hedge fund e prestiti commerciali» il cui valore, secondo stime, sarebbe valutato tra 25 e 35 miliardi di dollari. Questi ultimi dovrebbero essere conferiti in una new company che potrebbe essere quotata in Borsa nel settembre 2010. «Ma tutto questo potrebbe essere possibile solo se una condizione fondamentale fosse soddisfatta: e cioè, se entro l'inizio del prossimo anno saremo riusciti ad avere almeno una ragionevole stima dei crediti vantati in particolare da tutti coloro che, come gli obbligazionisti europei, si suppone avessero garanzie da parte di Lbhi e da coloro che rivendicano diritti sulla base di contratti derivati».

Bryan Marsal, co-Ceo di Alvarez&Marsal e oggi Ceo della banca d'affari finita in Chapter 11, non si fa illusioni sulla possibilità di accelerare i tempi dell'amministrazione controllata più grande dei tempi moderni. Ci riceve, alla vigilia dell'assemblea dei creditori del gruppo finito in default, negli uffici che Lehman Brothers aveva nella Avenue of the Americas, nel cuore di Manhattan. «È difficile indicare una tempistica definita per il rimborso totale dei creditori: nella migliore delle ipotesi potrebbe richiedere almeno 3 anni, ma probabilmente ci vorrà di più», confessa. Secondo le indiscrezioni potrebbe arrivare sino a 6 anni. È sua e del team di A&M la regia di un protocollo internazionale di collaborazione con i responsabili delle liquidazioni delle altre società Lehman finite in amministrazione controllata fuori dagli Stati Uniti finalizzato a chiarire le posizioni debitore e creditorie e accelerare così le procedure. Sinora è stato sottoscritto da tutti, tranne che da Gran Bretagna e Giappone. «La Gran Bretagna vuol fare a modo suo, si attiene al diritto britannico e a oggi non ha accettato di sottoscrivere il protocollo – chiosa Marsal – ma è uno degli interlocutori più importanti, per le posizioni che ha sui derivati e per l'esposizione debitoria nei nostri confronti (la stima è di 12 miliardi, ndr). Senza di loro possiamo cominciare il processo di rimborso dei crediti, ma non possiamo terminarlo».

Il piano di riorganizzazione del gruppo, la cui presentazione è stata spostata nei giorni scorsi dall'amministratore di Lehman da luglio 2009 a marzo 2010, fa perno su quattro fonti principali di risorse finanziarie che possono essere destinate ai rimborsi: la cassa, gli asset illiquidi, la compensazione delle partite creditorie e debitorie tra le varie società del gruppo e, infine, tutto quello che si potrebbe recuperare da una serie di contenziosi attivi e passivi, tra cui quelli avviati con Barclays, Bank of America, JP Morgan e altri. «Per quanto riguarda i contenziosi, si potrebbe trattare di miliardi e miliardi di dollari», osserva Marsal. Se l'entità della cassa e degli asset illiquidi è più o meno certa - entro la metà di agosto verrà fornita una stima aggiornata del valore di quegli asset sulla base dei dati di bilancio 2008 - per avere un'idea dei proventi dei contenziosi e delle posizioni intercompany ci vorrà molto più tempo. E questo contribuisce a spiegare perché Marsal ragiona in termini di varie fasi dei rimborsi e di un processo che può volgere al termine in molti anni. Il piano prevede comunque che tutti i proventi - azioni della nuova società, cassa, recuperi dai contenziosi etc – debbano confluire in un trust che avrà il compito di ripagare i creditori. «I rimborsi potranno avvenire sia in titoli della new company da quotare sia in cash» rivela l'amministratore di Lehman.

Per Bryan Marsal l'appuntamento cruciale ora è quello della bar date, la data entro la quale registrare i crediti, fissata in linea generale per il 22 settembre, ma in particolare per le emissioni obbligazionarie europee al 2 novembre. Alla domanda sul successo ottenuto dalle banche italiane al fine di poter eseguire l'insinuazione collettiva al passivo per conto dei clienti Bryan replica: «per noi non cambia nulla, non intendiamo negare a nessuno il diritto di registrare un credito, ma ci riserviamo il diritto di valutarne la legittimità». E quanto alla possibilità della doppia insinuazione, presso l'olandese Lehman Treasury, che ha emesso i bond in Europa, e negli States perché Lbhi ha garantito i bond europei Marsal chiarisce: «è possibile fare la doppia insinuazione, anche se, per quanto riguarda l'obbligazione di Lbhi, ritengo che questa possa avvenire solo in seconda battuta, laddove l'emittente principale, una volta liquidati i propri attivi, sia riuscito a risarcire solo in parte il debitore». Per gli ex azionsti, tra cui anche i dipendenti di Lehman, invece, secondo Marsal non c'è invece alcuna possibilità di ottenere rimborsi.

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By:FireArrow
Postato mercoledì, 08 luglio 2009

Salvatore Quasimodo
Subito sera

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera


Eugenio Montale
La solitudine

Se mi allontano due giorni
i piccioni che beccano
sul davanzale
entrano in agitazione
secondo i loro obblighi corporativi.
Al mio ritorno l'ordine si rifà
con supplemento di briciole
e disappunto del merlo che fa la spola
tra il venerato dirimpettaio e me.
A così poco è ridotta la mia famiglia.
E c'è chi ne ha una o due, che spreco, ahimè!


Umberto Saba
La capra

Ho parlato a una capra
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.
Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

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By:FireArrow
Postato lunedì, 06 luglio 2009

 

“ When you were here before
Couldn't look you in the eye
You're just like an angel
Your skin makes me cry
You float like a feather
In a beautiful world
And I wish I was special
You're so fuckin' special

But I'm a creep, I'm a weirdo.
What the hell am I doing here?
I don't belong here. […] “
(tratta da “Creep” – Radiohead)

“ Quando tu eri qui prima
non riuscivo a guardarti negli occhi
tu sei proprio come un angelo
la tua pelle mi fa piangere
tu fluttui come un piuma
in un mondo meraviglioso
Io avrei voluto essere speciale
tu sei così maledettamente speciale

ma sono una persona sgradevole,
sono uno strano
cosa diavolo sto facendo qui?
io non appartengo a questo posto. […]


Quante volte mi sono ripetuta “Cosa diavolo sto facendo qui? Io non appartengo a questo posto”. Quante volte mi sono state rivolte domande o affermazioni tendenti a mettere in risalto la mia inadeguatezza? A sottolineare la mia estraneità, a domandare spiegazioni sulla mia presenza, a farmi sentire indesiderata. Quante, quante, quante?

Inadeguatezza….parola che mi perseguita da sempre.

Ero inadeguata quando, all’età di due anni – per motivi legati all’alluvione del 1968 – lasciai il mio paese natale immerso nelle colline della Valle di Mosso per trasferirmi in una pianeggiante frazione di Biella, a venticinque chilometri di distanza.
Ero inadeguata quando - anni dopo - i bambini miei amici e vicini di casa si prendevano garbatamente gioco di me, chiedendomi di ripetere “rosa” o “viola” per ridere del mio accento così diverso dal loro e della mia parlata, nonostante fossimo tutti ugualmente biellesi.
Ero inadeguata quando, anni dopo e in pieno periodo adolescenziale, lasciai il paese che mi aveva faticosamente adottata per trasferirmi a pochi chilometri di distanza, in altra frazione di Biella. Quanta fatica per inserirmi tra gli altri ragazzi della mia età e con i miei nuovi compagni di scuola. Impresa non riuscita.
Ero inadeguata quando, terminata la scuola dell’obbligo, affrontai gli studi superiori ove – unica studentessa figlia di operai in mezzo a discendenti di industriali, commercianti e professionisti – venivano sempre rimarcate la mia umile estrazione sociale e le mie scarse possibilità economiche.
Ero inadeguata quando, finalmente, riuscii ad andarmene da Biella per ritornare nel mio paese natìo scoprendo – con sommo rammarico – di essere un pesce fuor d’acqua? Dove non esistevano né amici né conoscenti e ogni giornata sull’autobus che mi trasportava per il lungo tragitto casa-scuola-casa costituiva un terzo grado da parte degli altri studenti che volevano scoprire vita morte e miracoli di questo fenomeno da baraccone che – da Biella – si era trasferita nelle sperdute colline.
Ero inadeguata quando mi sposai e mi trasferii in uno sconosciuto paese della provincia di Vercelli in cui – dopo ben ventun anni di residenza – ben pochi eletti conoscono il mio nome e non mi considerano “forestiera”.


Per quanto tempo mi sono sentita inadeguata? Per tutta la vita, credo.
Ma la storia continua e si trasferisce anche sul web…..

Sono inadeguata, perché cerco di fare le cose che amo, in totale naturalezza e senza pormi il problema di poter essere indesiderata o indesiderabile perché non facente parte di una certa categoria.
Sono inadeguata perché non mi pongo problemi nel commentare nei blog altrui, anche in quelli di perfetti sconosciuti o di personaggi che – anche se a me sconosciuti – rappresentano una componente elitaria che non necessita di giustificazioni per il proprio operato, comportamento o presenza. 
Sono inadeguata perché mi permetto di chiedere amicizia sia tra i blogger che su facebook anche a personaggi famosi (forse perché, prima di ogni cosa, li considero “persone”), suscitando perplessità e lecite richieste di spiegazioni quando non, addirittura, illazioni o considerazioni ambigue.
Sono inadeguata perché non mi assoggetto a facili compromessi, a mode o costumi che potrebbero rendermi la vita più semplice ma che vanno contro la mia personalità e il mio essere.
Sono inadeguata perché antepongo il bene di tutti a quello di pochi e al mio interesse personale.
Sono inadeguata perché sono troppo sincera e non esito a denunciare situazioni che mi infastidiscono, che tendono a danneggiarmi come persona o che possono danneggiare persone che conosco. 
Sono inadeguata perché cerco di essere me stessa sempre e comunque, anche quando questo comporta la totale solitudine, la discriminazione e l’emarginazione.

Sono inadeguata, sono una strana, cosa diavolo sto facendo qui? Io non appartengo a questo posto…..

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By:FireArrow
Postato lunedì, 06 luglio 2009

Ho seguito fin dall'inizio le vicende della Lehman Brother. Ho pubblicato diversi post riportanti le novità per i risparmiatori direttamente coinvolti nel fallimento e che stanno tentando di riottenere i propri investimenti.

Quelli che seguono sono due articoli, pubblicati su Il Sole 24 ore del 04 e 05 Luglio, che ci dettagliano gli sviluppi in questa delicatissima storia.

Lehman Brothers, prima vittoria delle banche italiane
di Laura Serafini

Il giudice Usa accoglie l'istanza - Supporto da Barclays, Db e Citi

Le banche italiane sono riuscite a far ufficializzare il loro ruolo nel complicato iter che poterà al rimborso, seppure parziale, dei bond Lehman. Dopo un serrato negoziato con i legali di Lehman Brothers Holding (Lbhi), la casa madre americana finita in Chapter11, avvenuto nei giorni scorsi giovedì le banche si sono viste riconoscere il diritto di poter fare registrazioni collettive dei crediti per conto dei loro clienti. Alvarez&Marsal, amministratore di Lehman, era contrario a questa concessione, perché contrasta con i regolamenti americani sul Chapter11. Ma gli istituti italiani, che hanno agito per conto dell'Abi, l'associazione bancaria italiana, assistita a New York dallo studio Allen&Overy, l'hanno spuntata: a convincere il giudice americano James Peck a tutelare la loro posizione sono stati i numeri sulle centinaia di migliaia di risparmiatori, non solo in Italia ma in tutta Europa, che avrebbero rischiato di essere probabilmente tagliati fuori da ogni speranza di rimborso. Accanto alle banche italiane si sono schierati, infatti, anche Barclays, Deutsche Bank e Citi. L'Abi non ha ufficializzato i numeri che riguardano l'Italia, ma soltanto qui sarebbero tra i 300 e i 500 mila i risparmiatori titolari di obbligazioni emesse da Lehman.
Il pericolo di venire estromessi dai rimborsi dipende dal fatto che Lehman ha stabilito, per tutte le emissioni fatte fuori dagli Stati Uniti, che sia obbligatoria l'iscrizione del credito, altrimenti si perde ogni diritto. La scelta discende dalla diversa struttura delle emissioni fatte dal Lbhi e da Lbie: quest'ultima è la società inglese che ha organizzato le obbligazioni in Europa non prevedendo la figura dell'identure trustee, ovvero di un rappresentante degli obbligazionisti. Un combinato che ora crea per i risparmiatori italiani una situazione paradossale: la loro ancora di salvezza adesso viene posta proprio nelle mani dei loro "carnefici", visto che quei bond finiti in default glieli hanno venduti le stesse banche in molti casi con modalità discutibili. D'altro canto, se agli istituti di credito fosse stato impedito di registrare i loro clienti questi ultimi da soli non sarebbero andati tanto lontani, perché gli adempimenti da compiere non sono semplici. Le banche stesse, del resto, hanno puntato tutta la loro strategia nei confronti della clientela delusa proprio sul ruolo di intermediazione nel recupero del credito. La formula proposta ai clienti da un primario istituto bancario romano, ad esempio, recita così: «le confermiamo pertanto la nostra disponibilità - con oneri e costi interamente a nostro carico - a predisporre e presentare, nel suo interesse, la dichiarazione di credito nelle varie procedure concorsuali delle società del gruppo Lehman che hanno emesso, o garantito, le obbligazioni da lei sottoscritte e presso di noi depositate». Il rischio - comunque sempre in agguato - per le banche era che, venuta meno la possibilità di agire per i rimborsi, i risparmiatori imbufaliti scatenassero cause legali contro gli istituti per avergli venduto quei prodotti.
Per l'Abi, dunque, quella di giovedì è una vittoria di non poco conto. I legali dell'associazione sottolineano la portata del successo, perché è stata ottenuta una deroga ai regolamenti del Chapter 11 tutt'altro che usuale negli Stati Uniti. Quella forma di amministrazione controllata tende infatti ad assicurare la massima protezione giudiziaria dai creditori alla società debitrice: questo implica che la tabella di marcia della procedura la detta il debitore con poche possibilità per i terzi di interferire. Nell'udienza del 29 giugno scorso, invece, le cose non sono andate così: i legali di Lehman avevano prodotto un documento in cui restava aperto il nodo della possibilità di iscrivere i crediti per conto terzi. Il giudice, comprendendo il rischio per i risparmiatori, ha richiesto ai rappresentanti di Lehman di sedersi a un tavolo con le banche italiane, con Barclays, Db e Citi, finché non fosse stata trovata un'intesa. La data ultima per la registrazione del credito è stata spostata dal 24 agosto al 2 novembre. Probabilmente entro settembre le banche italiane comunicheranno alla clientela come intendono procedere: non è da escludere che propongano una forma di silenzio-assenso, ovvero iscrivano tutti coloro che non rinunciano espressamente alla proposta.

Questo è il precedente.

Crack. Chi non fornisce prova del credito perde ogni diritto
In salita il rimborso dei bond Lehman

di Laura Serafini
ROMA
Resta in salita la strada per ottenere il rimborso dei bond Lehman, ma qualche spiraglio sembra aprirsi per le banche italiane. L'amministratore del gruppo, Alvarez&Marsal, aveva depositato un duro documento di replica nei confronti di molti soggetti, tra cui le banche italiane, che nei giorni scorsi avevano richiesto di far considerare automaticamente iscritti i crediti relativi ai bond emessi in Europa e di consentire alla banche italiane di poter registrare i crediti per conto dei clienti. Secondo l'amministratore di Lehman il piano di emissione che va sotto il nome di Emtn program - e che costituisce il maggior veicolo con cui sono stati venduti bond in Italia – non riguarda la casa madre Lehman Brothers Holding ( Lbhi). E questo perché quelle emissioni sono state organizzate dalla londinese Lbie e veicolate in prevalenza attraverso la società olandese Lehman Br. Treasury co. Per questo motivo, secondo A&M, chi spera di vedersi rimborsare il credito dovrà fornire direttamente la prova del proprio titolo. La registrazione dei crediti, si dice chiaro e tondo, «è l'unico modo per preservare il diritto al rimborso». Questa linea sembra confermata da un nuovo documento, depositato nella serata di ieri e validato dal tribunale di New York, in cui viene definita la procedura per l'iscrizione dei crediti anche per le emissioni fatte in Europa. Si spiega che entro il 17 luglio verrà creata una sezione ad hoc nel sito www.lehman-docket.com per elencare tutte le emissioni da registrare e le relative modalità (con previsione di pubblicazione di avvisi anche sulla stampa italiana) e indicando il 2 novembre come data ultima entro la quale i possessori di bond emessi fuori dagli Stati Uniti dovranno fornire prova dei crediti.
Nello stesso documento un passaggio sembra accogliere una delle rivendicazioni, in verità la più importante, avanzata nelle scorse settimane dalle banche italiane: ovvero la possibilità di poter agire per conto dei clienti, procedendo a registrazioni collettive dei crediti. Questa prospettiva era stata in un primo tempo rigettata dall'amministratore di Lehman. Che ora sembra aver mitigato la sua posizione. «Per evitare ogni dubbio - si spiega - l'entità che registra il credito per conto di una molteplicità di intermediari o di titolari di bond di ogni programma di emissioni di Lehman non deve fornire informazioni relative all'identificazione di ogni singolo possessore di bond Lehman». In sintesi, le banche possono procedere a registrazioni collettive sulla base della documentazione in loro possesso. Nel frattempo il tribunale ha accolto la richiesta avanzata da Lehman per far slittare di qualche mese la tabella di marcia della procedura: la presentazione del piano di ristrutturazione passa, così, dal 13 luglio al prossimo 15 marzo, mentre il voto dei creditori sul piano stesso è atteso per il 17 maggio. «Finalmente cominciamo ad avere i termini definitivi per la registrazione dei crediti – affermano Raffaele Romano e Angelo D'Alessandro dello studio Sge –. Attendiamo la pubblicazione del provvedimento del giudice per vedere le procedure definitive che saranno discusse nell'assemblea dei creditori il prossimo 8 luglio».

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By:FireArrow
Postato lunedì, 06 luglio 2009

Avevo già pubblicato - in questo post - la lettera scritta da un bancario che denunciava il comportamento scorretto dell'istituto di credito per il quale lavorava. Infatti tale banca, in barba alla Mifid e alla soddisfazione dei propri clienti, faceva pressioni sui propri dipendenti al fine di vendere alcune tipologie di prodotti.

Quella che segue è la replica da parte di un altro dipendente bancario che spiega quali siano i reali diritti e doveri dei dipendenti bancari e quali direttive imponga la Mifid agli operatori di settore.

È tratta dall'inserto "Plus" de Il Sole 24 Ore del 05 Luglio scorso.

Con la Mifid siamo noi i responsabili

Sono anch'io un bancario con dieci anni di esperienza e una laurea in Economia e rispondo alla lettera del collega pubblicata sul «Plus24» del 6 giugno. Io ho deciso di non essere un mero venditore pressato dai budget. Mi immedesimo nella crisi d'identità del collega perché l'ho attraversata anch'io per un periodo brevissimo. La crisi nasce quasi sempre da un problema di fondo: piegare la testa agli obiettivi di Roe ancora pericolosamente presenti in banca e fare carriera oppure decidere con un minimo di ratio e rischiare di «morire in cassa» (come dicono i consulenti che soffrono il ricatto intellettuale dei superiori). A parte il dovuto rispetto per i colleghi che lavorano in cassa, io ritengo che il settore retail delle banche (che produce in Italia il 70% degli utili) sia popolato da gente che, purtroppo, è stata troppo indottrinata dalla cultura del risultato a breve senza prendersi un po' di tempo per fermarsi a riflettere e a studiare. Sono troppi i colleghi che, con grave nocumento per loro e per i clienti che seguono, hanno una scarsa cultura finanziaria pur essendo dei venditori perfetti. La remora morale a vendere i prodotti nasce quando questi venditori hanno appunto coscienza, quando hanno conoscenza o entrambe le qualità.
Io posso soltanto portare la mia esperienza e dire che più di una volta mi sono trovato a smontare i prodotti del giorno di fronte al mio direttore e a dimostrare che non possono essere venduti. I paletti legali sono stati fissati proprio dalla Mifid che impone non più uno scambio informato di corrispondenza ma un vero e proprio contratto di consulenza nel quale l'offerente dichiara di aver proposto, sotto propria responsabilità, le domande del questionario in modo chiaro, corretto e non fuorviante. Il consulente non è più soltanto un dipendente, ma anche un po' lavoratore autonomo che deve giudicare il prodotto più adatto per il cliente dopo aver capito chi ha di fronte, la sua propensione al rischio e persino la sua capacità di comprendere i prodotti. In più, al momento della proposta di collocamento, deve specificare il conflitto di interessi, i rischi dell'investimento e tutti i costi.
Addirittura la delibera Consob 16190/2007 prevede che il consulente debba rendersi conto che impatto abbia la perdita totale dell'investimento sul cliente e se sia in grado di sopportarla. Io direi al collega frustrato che, purtroppo e per fortuna, la Mifid investe noi (non la banca) di una serie di responsabilità, ma che proprio il rispetto della legge ci impone di avere un grande margine di discrezionalità nella scelta dell'investimento, discrezionalità nella quale la banca non può entrare perché le conseguenze di valutazioni palesemente errate sono esclusivamente a nostro carico.
Se il collega ha letto il codice etico del proprio istituto si sarà reso conto che la situazione è proprio questa: non siamo più meri operatori, ma rientriamo nel processo di decisione anche dal punto di vista formale. Oggi il consulente è sempre tra l'incudine e il martello ma, se è informato, sa anche come difendersi, come svolgere eticamente il proprio lavoro e come difendere il cliente perché la difesa del risparmio è di interesse pubblico e quindi prevarica quello privato (articolo 47 della Costituzione).
Alla domanda di «Plus24» su come venga applicata la Mifid nelle banche, posso testimoniare che molti colleghi la presentano come un fastidioso compito da adempiere e non perdono più di cinque minuti per far firmare al cliente la copiosa modulistica.
Altri colleghi "perdono" un'ora di tempo per spiegare buona parte degli argomenti obiettivamente non sempre facili da esporre.
Purtroppo le banche organizzano i profili di rischio in modo tale che anche in quello più conservativo possano entrare obbligazioni corporate investment grade, fondi liquidità, gestioni patrimoniali monetarie e unit linked (le index linked non si vedono più). È un nostro preciso dovere capire che, probabilmente, alla nonnina ottantenne non si può vendere l'obbligazione corporate anche se la procedura lo permette.
È semplicemente la legge a investirci di questa discrezionalità. Qualcuno potrebbe dirmi che la pratica è diversa dalla teoria. Io rispondo dicendo che oggi pratica, teoria e soprattutto conoscenza sono il mix che permettono di non essere soltanto venditori. Se poi abbiamo paura di essere sollevati dall'incarico, allora continuiamo a tenere la testa giù, con la consapevolezza, però, che oggi con la Mifid i rischi sono molto più grandi e noi ne siamo stati informati dalle nostre banche.
Non demandiamo le nostre scelte a terzi e non diamo un prezzo alla nostra dignità di consulenti. 
Un bancario uscito dalla crisi

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By:FireArrow
Postato sabato, 04 luglio 2009

amicizia1gm2yq9

 

È sempre molto facile essere riduttivi e semplicisti, specialmente quando non si è la parte che dimostra di avere una necessità.
Com’è possibile dichiarare di essere amico di una persona, quando questa persona la ignoriamo sistematicamente?
Quando ci abbassiamo, ci riduciamo a seguire le imposizioni o i ricatti di qualcun altro che – vuoi per gelosia, per egoismo o per aridità di cuore – ci mette con le spalle al muro e ci grida in faccia “O lui o io?”.
Come si può dichiarare candidamente “L’amicizia prescinde da tutto e, quando avremo bisogno l’uno dell’altro, sappiamo dove trovarci”, senza riflettere sul fatto che – forse – quello di cui abbiamo bisogno da un vero amico è la sua presenza? Che forse, per non limitare la sua libertà, cerchiamo di non fargli pesare la sua assenza e non gli domandiamo quante volte desidereremmo “Per favore, non lasciarmi solo”?
Io credo nell’amicizia vera. Credo che sia corretto quel detto “L’amicizia è un’unica anima divisa in due corpi”. Credo che un vero amico non dovrebbe mai abbandonare l’altro soltanto per capricci di persone insensibili o per stupidi possessivismi.
Un vero amico dovrebbe intuire quando si ha bisogno di lui. Non dovrebbe limitarsi a dire “Quando avremo bisogno l’uno dell’altro sappiamo dove trovarci”. Oppure “Chiamami quando hai bisogno di me”.
Si ha sempre bisogno di un vero amico. Non vorremmo mai doverci staccare da lui. Sarebbe come dover amputare una parte di noi stessi.


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By:FireArrow
Postato venerdì, 03 luglio 2009

Anche se l'impatto di quanto espresso da Antonio Martino nell'articolo che segue - pubblicato su Il Sole 24 Ore di oggi - è forte, non posso non essere d'accordo su alcuni punti.

Finché ci si abitua a pensare che ci debba sempre essere qualcuno a guidarci, tutelarci, assisterci e proteggerci, non saremo mai pienamente responsabili di noi stessi.

Bisogna necessariamente leggere, informarsi, prestare attenzione a tutto quanto ci viene proposto e presentato. Evitare di credere a tutto quello che si sente (specialmente alla televisione), sondando ed approfondendo gli argomenti. Oltretutto c'è una regola cardine nella finanza "A rendimento elevato corrisponde rischio elevato".

Resta, tuttavia, il fatto che non sempre ci si può destreggiare fra termini troppo tecnici e schemi finanziari che - a prima vista - possono sembrare elementari, salvo poi rivelarsi astrusi perfino per gli addetti ai lavori.

Bisognerebbe riuscire a trovare un compromesso (e questo vale in moltissimi settori, non necessariamente finanziari) tra l'assistere (o consigliare) e l'accudire (o proteggere come bambini inermi). Dopotutto, dovremmo essere tutti esseri pensanti ed avere un minimo di responsabilità propria nelle nostre decisioni ed azioni. E non ribaltare sempre colpe ed addebiti al prossimo.

«I gonzi si meritano i Madoff che li truffano»
di Orazio Carabini

Capita di rado che Antonio Martino si unisca al coro. Così, mentre tutto il mondo plaude alla esemplare condanna di Bernie Madoff (150 anni di carcere a un uomo che ne ha 71), l'economista e deputato del Pdl scrive un articolo sul Foglio in cui, invece di biasimare il grande truffatore (50 miliardi di dollari spariti dal portafoglio degli investitori), se la prende con i «gonzi », ovvero i truffati.
«La legge della domanda e dell'offerta – ha scritto – è veramente universale: un'offerta di gonzi finisce col determinarne anche una domanda... Madoff non avrebbe potuto dare vita al suo schema truffaldino se non ci fosse stato un gran numero di sempliciotti certi dell'esistenza di Babbo Natale».
Martino, in realtà, ha posto in tono lieve un problema delicato che governi e parlamenti stanno affrontando in molte parti del mondo: quanto e come va tutelato il risparmiatore? Basta garantire che abbia tutte le informazioni e poi lasciare le scelte alla responsabilità individuale? Oppure serve una supervisione amministrativa che garantisca i più deboli o i meno informati? L'economista, 67 anni, seguace della scuola monetarista di Milton Friedman e liberista convinto, ha accettato di discuterne in questa intervista al Sole-24 Ore.
Professore, lei non ha dubbi su che posizione prendere in questo dibattito, vero?
Certo. Se le persone si abituano a decidere sulle questioni che le riguardano, sventano le insidie. Solo così imparano a difendersi dai malfattori.
Tutti sanno che fumare fa male, però sulle sigarette si scrive che il fumo nuoce alla salute e si stampano teschi o altre immagini di forte impatto.
E infatti sono contrario a quegli avvertimenti. Se applicassimo sempre la regola dovremmo attaccare un adesivo sopra Mein Kampf o Das Kapital: "Attenzione, di rivoluzione si muore".
Quindi la legislazione sul risparmio semplicemente non dovrebbe esserci?
Su questo mi discosto un po' dai miei amici libertari. Credo nell'importanza dell'assicurazione dei depositi e sono convinto che lo Stato o la banca centrale debbano evitare di far fallire le banche in crisi di liquidità. La crisi del 1929 lo insegna: la Federal reserve nacque per far fronte agli episodi di panico e invece non fece il suo dovere. Lasciò fallire un terzo delle banche americane. Fu così che il crollo di Wall Street si trasformò in una catastrofe economica.
Ma come si protegge il risparmiatore?
I diversi rendimenti riflettono gradi diversi di rischio. Chi è propenso al rischio può scegliere determinati strumenti finanziari, chi è avverso ne sceglie altri. Il mio maestro Milton Friedman scrisse in uno dei suoi ultimi articoli: «Attenti ai rendimenti delle azioni che superano il 7%, il 20% e oltre che si registra in questi tempi non è sostenibile a lungo. L'euforia crea una bolla destinata a sgonfiarsi». A pensarci bene non era difficile prevedere quello che è successo.
Il presidente Barack Obama vuole introdurre un'Agenzia per la protezione finanziaria del consumatore. Anche lei pensa che sia un socialistoide come molti conservatori americani?
La politica di Obama è catastrofica sotto molti aspetti. Penso che riuscirà a far peggio di Jimmy Carter, il più odiato dei presidenti democratici americani. Le riserve bancarie sono passate da 8 a 800 miliardi di dollari in sei mesi. Il governo ha speso 3mila miliardi creando deficit e debito. Dovrà aumentare le tasse affossando ogni possibilità di ripresa dell'economia. Ha posto le premesse per un periodo di stagflazione.
Ma non serve un'Agenzia che imponga contratti chiari e comprensibili?
Obama farebbe bene a mettersi una mano sulla coscienza e a ricordare quale lobby sosteneva Fannie Mae e Freddie Mac. Non è stato lui con i suoi colleghi a spingere affinché facessero mutui a tutti creando la bolla immobiliare che ha portato alla crisi? Secondo me i consumatori vanno sì protetti ma dagli errori dei politici.
Insomma, il risparmiatore si deve difendere da solo.
Responsabilità e libertà vanno insieme. Lao Tze ha scritto una massima che dice più o meno: «Se alla gente non dai ordini saprà come comportarsi. Se la opprimi aspetterà che tu dica che cosa deve fare».

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By:FireArrow
Postato venerdì, 03 luglio 2009

Che in Italia i furbi e i delinquenti abbiano sempre la meglio sugli onesti è cosa risaputa.

Che cosa sarebbe successo, da noi, se il signor Bernard Madoff si fosse invece chiamato Bernardo Madoffi e avesse operato i suoi raggiri nella nostra nazione?  Che, sicuramente, non sarebbe stato passibile di una sentenza così rapida ma - soprattutto - esemplare. Dopotutto, soltanto da noi i "furbetti del quartierino" sono liberi di agire indisturbati. A danno dei cittadini onesti, ovviamente.

Una prospettiva della versione italiana di Madoff ci viene proposta da Il Sole 24 Ore del 02 luglio 2009, unitamente al resoconto di alcune storie di truffe e di raggiri portati avanti nel nostro Paese. Tutti, ovviamente, conclusi nell'impunità del responsabili.

Mr. Madoff, la prossima volta ci provi qui in Italia!

Alla rapidità Italo Calvino ha dedicato una delle sue cinque Lezioni americane. Lo scrittore parlava dell'elaborazione di un racconto ma se avesse assistito al trattamento che la giustizia degli Stati Uniti ha riservato a Bernard, detto Bernie, Madoff ne sarebbe rimasto impressionato.
Sei mesi o poco più per arrivare alla condanna a 150 anni di prigione di un uomo che di anni ne ha 71. Giudicato colpevole di 11 reati dal tribunale di New York ma reo in sostanza di aver fatto sparire qualcosa come 50 miliardi di dollari dai portafogli dei suoi clienti con un colossale schema di Ponzi. Madoff proponeva strumenti finanziari con rendimenti spettacolari che pagava raccogliendo altri fondi da clienti attratti proprio da quei rendimenti. Come una catena di Sant'Antonio.
Madoff è reo confesso e si dichiara pentito. Chiede scusa alla gente che ha rovinato. Soltanto, si ostina a negare che qualcuno l'ha aiutato, non fa nomi. I giudici non si commuovono, e non hanno esitazioni. Madoff rimane agli arresti domiciliari per tutto il tempo delle indagini che si chiudono in poche settimane e il processo non incontra ostacoli procedurali. La sentenza arriva in un lampo. Dei soldi rubati se ne recupera una minima parte ma pazienza, il segnale è forte e chiaro: chi viene pescato con le mani nel sacco (ma bisognerebbe dire nel computer) non ha scampo. E deve pagare.
Roma dista 6.841 chilometri da New York ma se si misurasse la distanza della giustizia italiana da quella americana servirebbero gli anni luce. Il processo a Sergio Cragnotti è cominciato nel 2003, quello a Calisto Tanzi nel 2005. E sono ben lontani dalla conclusione. Forse il vero errore di Madoff è stato quello di non scegliere l'Italia come base delle sue malefatte. Perché con quei reati sarebbe stato condannato al massimo a 30 anni (otto reali), che sono comunque abbastanza per un settantunenne. Ma in realtà avrebbe probabilmente beneficiato della prescrizione.


Un Madoff italiano rischia otto anni
Assente nell'ordinamento l'effetto riciclaggio, che è costato 150 anni «blindati» negli Usa
di Orazio Carabini e Alessandro Galimberti

Cragnotti, nel suo piccolo, è un presunto Madoff de noantri. È accusato di bancarotta fraudolenta. Non gestiva hedge fund ma, per molti versi, ha fatto come Bernie, succhiando 1.125 milioni di euro ai risparmiatori cui le banche, ansiose di rientrare dai debiti della Cirio, la società di Cragnotti, avevano venduto delle obbligazioni. Senza contare quello che hanno perso gli azionisti della Cirio che era quotata in borsa.
Sono passati sei anni dalla dichiarazione d'insolvenza. Correva il lontano 2003. L'anno dopo Cragnotti si fece anche sei mesi di carcere. Da allora il percorso giudiziario della vicenda ha fatto pochi passi avanti. Dopo la chiusura delle indagini e l'incriminazione, dopo una serie di lungaggini procedurali, il processo è giunto all'inizio della fase dibattimentale: in sostanza comincia adesso. Da quattro anni è formalmente aperto ma i testimoni arrivano in aula ora.
Intanto il reato di truffa è stato prescritto e pian piano andranno in prescrizione gli altri. «L'orizzonte temporale perché si arrivi a una sentenza passata in giudicato è otto, nove anni», commenta Luigi Farenga, avvocato e commissario straordinario della Cirio.
«Cragnotti – aggiunge Titta Madia, l'avvocato penalista della procedura Cirio – è imputato di bancarotta che si prescrive in 12 anni e mezzo. Sarebbe grave se si arrivasse alla prescrizione perché è un reato grave. Eppure ho la sensazione che la difesa punti a quello».
E Cragnotti? È fuori dal giro degli affari e della finanza, o almeno così pare. Se ne sta tranquillo a casa sua. Rilascia interviste, scrive libri ( Un calcio al cuore ). «La lentezza della giustizia italiana è assurda – commenta ancora Madia – perché più passa il tempo e più si stemperano gli animi. Si può mandare in galera un colpevole quando sono passati dieci anni dai fatti? Fa uno strano effetto». Già, prendersela oggi, dopo tanto tempo, con un uomo che ha quasi 70 anni sembra quasi una cattiveria.
Ma Cragnotti può stare tranquillo. Perché è comunque molto difficile che si arrivi a una condanna. I reati "finanziari", quelli di cui si è macchiato Madoff, in Italia sono di fatto depenalizzati grazie alla prescrizione che scatta dopo sette anni e mezzo. «A meno – precisa Madia – di non incappare in magistrati dalla produttività fuori dalla norma. E ce ne sono, a Torino, a Cremona, anche a Reggio Calabria. A Milano il processo Pollari va avanti a ritmi formidabili perché c'è un giudice che fa udienza tutti i giorni».
Dunque è un problema di volontà e di capacità del singolo magistrato, oltre che di organizzazione dei tribunali. Poi c'è una differenza sostanziale nelle modalità processuali. «Sono quasi due eccessi opposti – osserva Farenga –: negli Stati Uniti una velocità e un pragmatismo esasperati, da noi un garantismo altrettanto esasperato». Insomma il processo americano dà quasi l'idea del giudizio sommario, con ampio spazio al patteggiamento per i complici e quindi con l'obiettivo, pragmatico, di chiudere rapidamente. In Italia si spreca un sacco di tempo per perseguire i complici e si perde di vista uno degli obiettivi che è l'efficienza del sistema.
Calisto Tanzi è l'altro grande presunto truffatore italiano degli ultimi anni. Il proprietario della Parmalat è accusato di vari reati ma la sostanza è che 7 miliardi di obbligazioni collocati dalle solite banche nei portafogli dei risparmiatori si sono volatilizzati. Circa la metà sono stati rimborsati sotto forma di azioni della nuova Parmalat. Ma il danno non è da poco. E altri ci hanno rimesso in un crack valutato 14 miliardi.
La Procura di Milano ha accusato Tanzi e i suoi presunti complici di aggiotaggio mentre quella di Parma ha imputato loro la bancarotta. I processi, che sono cominciati nel 2005, si sono moltiplicati. Uno solo, quello per aggiotaggio a Milano, si è concluso, con molti patteggiamenti e la condanna di Tanzi a dieci anni di reclusione. Naturalmente non è finita lì perché il giudizio era di primo grado. Ora bisogna attendere la Corte d'appello e la Cassazione. Quindi, è ragionevole prevedere che nel frattempo il reato vada prescritto. E anche a Parma tutto procede molto a rilento. Per Madoff sarebbe stato assai conveniente dover affrontare la giustizia italiana. Anche con quel fantastico record di 50 miliardi di dollari truffati agli investitori non avrebbe avuto molto da temere. Il Sole- 24 Ore ha già raccontato (l'11 febbraio scorso) che un ipotetico Bernardo Madoffi, sofisticato truffatore made in Italy, sarebbe rimasto a piede libero per tutta la durata delle indagini perché per i reati di truffa e di appropriazione indebita la magistratura non può procedere con le misure cautelari in quanto la pena massima prevista è di tre anni.
Ma anche dopo il rinvio a giudizio le prospettive di Bernardo Madoffi sarebbero assai meno grame di quelle del quasi omonimo Bernie Madoff. Un Madoff italiano si troverebbe comunque in una condizione molto diversa, e sotto ogni profilo più favorevole per lui rispetto al grande imbonitore di New York. Non solo per l'entità della pena, che nemmeno nel peggiore dei casi possibili arriverebbe a sfiorare i 30 anni di carcere, ma anche per i tempi e i percorsi di accertamento delle sue responsabilità.
In Italia, per esempio, Madoff non risponderebbe del reato più grave contestatogli negli Usa, vale a dire il riciclaggio: l'impiego in attività economiche o finanziarie di denaro, beni o altre utilità di origine criminale – con lo scopo di «ostacolare l'identificazione della loro provenienza delittuosa» – da noi non può essere imputato a chi ha commesso i reati da cui provengono le fortune. Quindi, per il nostro codice, il Madoff che prima truffa e poi, dopo una lunga serie di reati strumentali, fa sparire il malloppo, non può andare a processo per riciclaggio. Una differenza non da poco e non solo accademica, perché anche in Italia i maggiori problemi, soprattutto per la prescrizione, li darebbe proprio il lavaggio degli investimenti traditi: 12 anni (massimo) di carcere, aumentabili fino a 16 perché commessi nell'esercizio di un'attività professionale. E 12 anni, estensibili fino a 18, sarebbe anche la durata della prescrizione, un salvagente importante visti i tempi mediamente necessari, in Italia, per la chiusura dell'inchiesta e poi per le quattro fasi del giudizio (dall'udienza preliminare fino alla Cassazione).
In compenso nei grandi crac italiani la magistratura ha sempre contestato la bancarotta fraudolenta – di cui non c'è traccia invece nelle imputazioni a Madoff – che, nel caso specifico, potrebbe costare al nostro finanziere fino a 15 anni di carcere, e soprattutto altrettanti nell'italianissimo corner della prescrizione dei reati.
Molto più blandi, invece, i rischi per gli altri crimini caricati al Madoff americano. La truffa aggravata e la gestione infedele del patrimonio affidato (più o meno la traslazione della securities fraud e investment adviser fraud) valgono, nella peggiore delle ipotesi per l'imputato, tre anni di carcere. La falsa testimonianza e lo spergiuro neppure sarebbero concepibili nel nostro sistema giudiziario, dove l'imputato ha sempre il diritto di mentire (almeno durante il suo processo). Quanto all'appropriazione indebita aggravata, che nell'immaginario collettivo rappresenta meglio di altri crimini l'attività dell'investitore truffaldino, non si andrebbe oltre i tre anni e una multa di 1.032 euro, esattamente un centomilionesimo del profitto del reato.
L'elencazione dei delitti e delle pene,e soprattutto della loro somma, non deve però trarre in inganno. In Italia, a differenza degli Stati Unti, nei delitti dolosi non è possibile fare il cumulo materiale delle pene; il giudice invece deve individuare il reato più grave e, al limite, aumentare la pena fino al triplo, ma in ogni caso se non è previsto l'ergastolo per i fatti commessi (e senz'altro qui non è previsto) la pena non può in alcun caso superare 30 anni di carcere. A cui si arriverebbe peraltro molto difficilmente, perché se l'imputato è incensurato è arduo negargli le attenuanti generiche, e anche in caso contrario queste finirebbero per neutralizzare le aggravanti contestate, nell'ambito del giudizio di comparazione.
Già 20, 25 anni sembrerebbero una pena "monstre", e in ogni caso ancora molto teorica. Sempre che il nostro Madoffi ultrasettantenne varchi il portone di un carcere - potrebbe chiedere la detenzione domiciliare, o addirittura il differimento della pena con un convincente certificato medico – il decorso dell'esecuzione della pena si gioverebbe quasi certamente, visto il profilo del condannato, dei benefici della legge Gozzini: 3 mesi di sconto ogni anno (45 giorni ogni 6 mesi, per la precisione) e, una volta superato il crinale di metà pena, l'accesso quasi automatico al regime di semilibertà. In definitiva, quanto carcere per il nostro Madoffi? Otto, massimo nove anni effettivi, nella peggiore delle ipotesi per lui, contro i 150 "blindati" del suo collega americano.
E, soprattutto, in quanto tempo sarebbe maturata la condanna? Qui la pratica viene in soccorso della teoria: basti considerare che dopo sette anni il crac Parmalat è ancora a metà del guado, con una condanna in primo grado a Milano per Calisto Tanzi (10 anni, appellati anche dalla Procura e destinata a finire certamente fino in Cassazione: minimo altri 4 anni di percorso prima di diventare definitiva e poi esecutiva) e il grosso dei reati societari ancora al vaglio del primo processo a Parma: prima del 2015 è altamente improbabile che venga depositato l'ultimo atto definitivo sulla vicenda. Dodici anni contro sette mesi di durata, per un risultato di 150 anni contro una decina scarsi. Meglio, molto meglio l'italian job.


Trent'anni di mala-finanza
Gli gnomi del raggiro e il bottino da 22 miliardi

Roberto De Gaetano, 800 miliardi di lire. Giorgio Mendella, 500 miliardi di lire. Valerio e Stefano Melloni, 130 miliardi di lire. Giampiero Addis Melaiu, 50 milioni di euro; Mario Zanzottera, 23 milioni di euro.
Sono solo i top list dell'elenco dei grandi rastrellatori di risparmio "con sorpresa" nella storia recente del nostro paese. Una finanza parallela che, in 30 anni e secondo calcoli empirici, avrebbe mandato in fumo circa 22 miliardi di euro, trascinando verso il basso non tanto e non solo gli ex guru dell'investimento favoloso – alcuni dei quali anzi sono tornati in prima linea dopo aver saldato il debito con la giustizia, non quello con i clienti – ma soprattutto speranze, sogni e quasi sempre il tenore di vita di chi aveva creduto ai loro miraggi.
Roberto De Gaetano, definito il "bancarottiere gentiluomo" da uno degli inquirenti che ne ha ottenuto la condanna a sette anni per il crack Ifm, ha fatto perdere le sue tracce appena prima di finire a San Vittore. Cofondatore dell'Ifm, Istituto finanziario milanese, società di intermediazione mobiliare ante. Fallì alla fine degli anni 80 provocando un terremoto sulla piazza milanese: 5mila investitori coinvolti e un passivo accertato di 800 miliardi di lire.
Giorgio Mendella, patron di Intermercato, un crack a inizio anni '90 da 500 miliardi di lire e 14.500 investitori, in buona parte tuttora convinti di un particolare accanimento della giustizia nei suoi confronti ha conosciuto nell'ordine: il carcere, la latitanza, la cattura, di nuovo il carcere, la condanna, l'affidamento ai servizi sociali. Da quattro anni sembra stia di nuovo tentando la strada della raccolta del risparmio. La Consob già nel 2004 ha bloccato una prima iniziativa per il collocamento al pubblico di titoli della Ghost Technology.
Stefano Melloni, ex patron della Cofeur, e della Patrimonium Sim fallita nel 1993 dopo un tracollo da 130 miliardi di lire per 1.500 risparmiatori. Caso con una coda doppiamente amara: dopo il crac, anche la condanna a nove anni per peculato per il commissario liquidatore della Patrimonium Sim e delle società collegate, Lorenzo Zaccagnini. Un verdetto che ha condannato anche il ministero dello Sviluppo economico, in solido con il liquidatore, al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali per 3.681.838 euro.
Nel capitolo risparmio tradito spunta anche una "dark lady" della finanza, Gabriella Spada, presidente del gruppo Giacomelli, abbigliamento sportivo: 800 milioni di buco, danneggiati, oltre agli azionisti della società che nel 2001 era approdata in Borsa, i circa 6.500 obbligazionisti che avevano sottoscritto il Giacomelli bond, emesso nel 2002, con scadenza 2007, per 100 milioni di euro. Il ruolo della Spada è stato ridimensionato dal processo: le decisioni operative più importanti erano prese da altri a cominciare dal marito Emmanuele Giacomelli, già condannato a nove anni: per la Spada la condanna è stata di quattro anni.
I casi più recenti. Giampiero Addis Melaiu pianificatore del network Gd: la Procura di Belluno ha chiuso le indagini, 430 gli investitori coinvolti, 50 i milioni spariti.
Luca Mario Zanzottera, relationship manager di Bsi Italia, finito in carcere per avere messo a segno un colpo da 23 milioni di euro. Insieme a Giuseppe Tripodi e Marco Paoli e a un castello di società in vari paesi, tra cui Svizzera e Ungheria, faceva sparire il denaro dei clienti in conti bancari aperti presso la Banca del Sempione, la Kdb Bank Budapest e la Julius Baer.

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By:FireArrow
Postato giovedì, 02 luglio 2009

Mi domando se, più che "nostalgia paninara", dovrei definirla "nostalgia caninara".

Resta il fatto che, quando ho visto questa fotografia a corredo di un articolo giornalistico sulla ripresa - da parte della Moncler - della produzione per bambini, non ho potuto trattenermi dal ridere.

Qualcuno intenderà, forse.....

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By:FireArrow
Postato giovedì, 02 luglio 2009

In questo periodo sono piuttosto oberata dagli impegni ed il blog ne sta risentendo direttamente.

Non appena avrò un momento libero da dedicare agli approfondimenti, studierò cosa dovrebbe avvenire - stando alla Storia e all'esperienza - nel caso in cui ad una strepitosta ascesa verticale del deficit pubblico di una Nazione, corrisponda un'altrettanto strepitosa (disastrosa) discesa verticale del Prodotto Interno Lordo (Pil).

La mia ricerca vorrà essere quanto più minuziosa possibile e ricca di grafici, tempo ed energie permettendo.

Al momento, mi accontento di riportare l'articolo di oggi de Il Sole 24 Ore dedicato - appunto - ad un nuovo record raggiunto dal deficit italiano.

Non ho neppure il tempo per piangere ma - se continua in questo modo - ci vorrà ben altro che una cura alla Winston Churchill ("Vi prometto lacrime e sangue") per emergere dal baratro in cui stiamo precipitando (senza paracadute).

Deficit ai massimi dal 1999: nel primo trimestre è al 9,3%


Schizza a livelli record il rapporto deficit-Pil. Nel primo trimestre dell'anno - comunica l'Istat - l'indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche rispetto al Pil è stato del 9,3%, il valore più alto dal 1999, anno in cui l'istituto ha iniziato la serie storica. Nei primi tre mesi del 2008, invece, il disavanzo pubblico è stato del 5,7%, mentre nel quarto trimestre dell'anno scorso è stato del 2,6%.

Nei primi tre mesi del 2009 - comunica l'Istat - le entrate totali sono diminuite del 2,8% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, con un'incidenza sul Pil del 39,9% (era 39,8% nello stesso trimestre del 2008). Le uscite totali, invece, sono aumentate del 4,6% su base annua e il loro valore in rapporto al Pil è salito al 49,2% (era 45,6% nei primi tre mesi dell'anno scorso).

Nel primo trimestre del 2009 - secondo i dati Istat - il saldo primario (l'indebitamento al netto degli interessi passivi) è risultato negativo e pari a 16,865 miliardi di euro (era -3,133 miliardi nello stesso periodo dell'anno scorso), con un'incidenza negativa sul Pil del 4,6% (era -0,8% nei primi tre mesi del 2008). Il saldo corrente (il risparmio) - aggiunge l'istituto di statistica - nel primo trimestre dell'anno è stato negativo e pari a 21,977 miliardi, contro il valore negativo di 11,257 miliardi dello stesso periodo del 2008, con un'incidenza negativa sul Pil del 6% (era -3% nei primi tre mesi del 2008).


Il comunicato dell'Istat

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By:FireArrow
Postato giovedì, 02 luglio 2009

Riporto qui un comunicato che un commentatore anonimo mi ha segnalato in un post di diverso argomento.

Da amante degli animali - pur non potendo adottare tutte le bestiole in difficoltà del mondo - condivido le speranze per il bellissimo gatto Camillo.

Collage_Camillo

Camillo è sfortunato per l’ennesima volta. Quest’inverno prima di trovare adozione è stato più di 3 mesi chiuso in un garage completamente da solo, non certo al caldo. Poverino, non ce la faceva più. Non tanto per il luogo ristretto e buio a cui si era adattato, ma per la solitudine. Poi è arrivato il miracolo.. una casa vera, degli affetti. Ma è durato pochi mesi.. quella che lui crede la sua famiglia per sempre deve trasferirsi all’improvviso per problemi familiari al sud e Camillo non può trasferirsi con loro (non indaghiamo).
Camillo è giovane, forte e molto bello.

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By:FireArrow
Postato mercoledì, 01 luglio 2009

Potrà sembrare di difficile attuazione. Eppure, l'unico modo per contrastare gli istituti di credito è sicuramente l'informazione.

Un risparmiatore, un correntista ben informato sa sicuramente districarsi nel mare di offerte (spesso autentici specchietti per allodole) che le banche sanno proporre ai propri clienti, spesso ventilando guadagni sensazionali.

Ed ecco, allora, che l'inserto Plus de Il Sole 24 Ore del 27 Giugno scorso ci illustra alcune strategie di difesa dagli istituti bancari.

Clienti informati per tallonare le banche
di Marco Liera

La sensibilità dimostrata dal piano Obama nei confronti dei consumatori, pur criticabile per certi versi, riporta al centro dell'attenzione il fatto che la correttezza dei rapporti tra intermediari finanziari e clienti è la pre-condizione per la stabilità dei mercati. Lo sfruttamento delle asimmetrie cognitive endemiche nel rapporto tra banche e consumatori permette il conseguimento di extra-profitti per le prime, ma apre la strada a grandi crisi come quella innescata dai mutui sub-prime. Fino a oggi Governi e regulator hanno cercato di proteggere la domanda di servizi finanziari agendo sul lato dell'offerta, ossia con obblighi sempre più stringenti di trasparenza e a volte anche con provvedimenti coercitivi, ossia vietando determinate clausole o proposte.
Questa strategia ha dei limiti: come dimostra il divieto introdotto in Italia di applicare commissioni di massimo scoperto, che in settimana è stato oggetto di discussioni alla Camera per i frequenti tentativi di elusione.
Fintanto che le sanzioni ai comportamenti illegittimi restano modeste, e la loro applicazione è lenta e controversa, mancherà un deterrente serio alle furbizie dell'offerta. Si può poi aumentare la concorrenza dell'industria con gli obblighi di trasparenza, ma se in pochissimi utilizzano l'ampia mole di informazioni messa a disposizione, la competitività resta una chimera.
Un piano che agisca dal lato della domanda, che crei consapevolezza e preparazione della clientela bancaria, potrebbe invece destare risultati sorprendenti. È quanto da anni raccomandano l'Ocse e gli esperti di finanza comportamentale, come Robert Shiller. Ma agli Stati queste iniziative non entusiasmano (il piano Obama vi dedica appena qualche riga fugace). D'altra parte, a quale Governo piace una manovra i cui frutti sono attesi da qui a diversi anni, e che quindi possono contribuire assai poco alla sua riconferma elettorale? La mancanza di risorse pubbliche che viene invocata di fronte alla necessità di aiutare i cittadini a colmare i loro deficit cognitivi nella finanza personale suona come un alibi. L'Italia in questo non fa differenza, con le iniziative di financial literacy affidate alla buona volontà di soggetti privati o authority o a proposte di legge che si guardano bene dall'incidere sul deficit statale.
In attesa di novità sul fronte dell'educazione finanziaria diffusa, potrebbe già essere molto significativo contare sull'applicazione della sanzione di mercato (ossia cambiare banca quando è il caso) da parte di quei risparmiatori che sono più consapevoli di altri. Pur evitando di sovrastimare il livello di insoddisfazione della clientela bancaria, c'è un numero imprecisato di privati che ha un rapporto deteriorato con il proprio istituto (alcuni sono addirittura in causa), ma per vari motivi non se ne va. Poiché non è vero che non ci sono alternative migliori, questo fenomeno va indagato. Nei casi di risparmio maltrattato, la chiusura collettiva dei rapporti con una banca da parte delle famiglie che hanno subìto perdite inattese e che non ricevono alcuna forma di compensazione sarebbe una leva negoziale da non sottovalutare. Su tutto un altro fronte, la strada l'hanno percorsa in questi giorni i dipendenti della Smit Textile di Schio (Vicenza), che hanno minacciato di chiudere collettivamente i conti presso le banche che non finanziano la loro azienda seriamente impegnata a resistere alla crisi.

Giocare in difesa. Gli strumenti per tutelarsi
Le mosse da fare se ci si sente traditi
Il rito sommario la via più breve Ombudsman per le cifre piccole Isvap per le polizze


Dal 4 luglio cambiano le regole dei processi civili sulle controversie finanziarie. L'introduzione del pacchetto Alfano ha infatti cancellato infatti le norme introdotte dalla riforma Vietti. E così, dalla prossima settimana, chi ricorre al giudice ordinario per risolvere contenziosi avrà davanti due strade: o quella del rito ordinario (con un prevedibile aggravio di tempi rispetto al rito societario che, come nel caso dei Tango bond o bond Cirio, aveva garantito sentenze entro un paio di anni) oppure quella del nuovo procedimento sommario che, in teoria, dovrebbe offrire sentenze in tempi record.
Ma quali sono, ad oggi, le strade stragiudiziali che il risparmiatore può percorrere per risolvere dispute con il proprio intermediario? In teoria l'istituto di riferimento sarebbe la Consob.
In teoria, perché la Camera arbitrale istituita presso la Commissione nazionale per le società e la borsa lo scorso dicembre, che nelle promesse dovrà risolvere tutte le controversie tra investitori e intermediari, non sarà operativa prima di fine anno.
Per chi ha investito in azioni, obbligazioni, derivati e quote di fondi, l'unica via oggi praticabile è quella offerta dal conciliatore bancario finanziario.
Nella sua veste di Ombudsman, l'istituto risolve tutte le controversie insorte tra clienti e intermediari finanziari (banche, società finanziarie, di gestione del risparmio o fiduciarie purché appartenenti a gruppi bancari) per un valore massimo di 50mila euro. La procedura è gratuita ma deve essere avviata solo dopo aver esposto reclamo all'ufficio preposto dell'intermediario. In caso di esito negativo (o di mancata risposta) l'investitore ha un anno di tempo per ricorrere all'Ombudsman. Quest'ultimo ha 90 giorni, al massimo, per emettere una decisione ed essa sarà vincolante per l'intermediario, mentre è fatto salvo il diritto del risparmiatore di adire l'autorità giudiziaria.
Diverso il comportamento da tenere in caso di prodotti finanziari emessi dalle assicurazioni. In questo caso l'autorità di riferimento è l'Isvap, l'istituto che vigila sulle società assicurative. Trascorsi 45 giorni dalla presentazione del reclamo all'assicurazione (o in caso di esito negativo), il cliente ha diritto a sporgere infatti reclamo all'Isvap, che multerà la società in caso di ritardo. Dopo l'attività istruttoria, l'ente fornirà una risposta entro un massimo di 120 giorni dalla presentazione del reclamo. Attenzione: se il reclamo riguarda aspetti di trasparenza dei prodotti unit e index linked o delle operazioni di capitalizzazione va inviato alla Consob; se invece riguarda forme di previdenza complementare va inviato alla Covip.
Infine, un consiglio pratico: nel dubbio, qualsiasi sia il problema, non esitate a sporgere reclamo a tutti gli enti potenzialmente interessati e anche alla stampa specializzata. La moral suasion, in questi casi, è più forte.

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By:FireArrow
Postato mercoledì, 01 luglio 2009

Con il fallimento di Lehman Brothers, ha rappresentato la crisi finanziaria mondiale.

Ha truffato moltissimi risparmiatori, noti e meno noti, e ha compromesso molti hedge fund e altre società finanziarie che avevano utilizzato i suoi "servizi" finanziari.

Finalmente siamo giunti alla sentenza. Negli articoli che seguono, tratti da Il Sole 24 Ore del 30 giugno 2009, è riportata tutta la vicenda Madoff.

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Scandalo a Wall Street. Il finanziere fallito prova a scusarsi, in aula scoppia la collera dei risparmiatori

A Madoff 150 anni di carcere
Dagli Usa sentenza simbolo - Il giudice: «Una truffa diabolica»

Bernard Madoff è colpevole di una «truffa diabolica» e la sua condanna a 150 anni di carcere è «una sentenza simbolo». Lo ha detto ieri Denny Chin, il giudice distrettuale di New York che ha pronunciato il verdetto contro il gestore di hedge fund, processato per un crack gigantesco (forse superiore ai 65 miliardi di dollari stimati finora), che assieme al fallimento di Lehman Brothers ha segnato la grande crisi di Wall Street.
«L'esito del processo ha inviato un messaggio forte e chiaro» ha commentato il portavoce del presidente Barack Obama. Madoff, dal canto suo, ha provato a «chiedere scusa» dicendo che «porterà per tutta la vita il rimorso per il danno causato». Ma dentro e fuori l'aula decine di investitori truffati hanno dato libero sfogo alla loro collera. Intanto la Consob ha ultimato il calcolo dell'impatto in Italia del crack Madoff: limitato a 187 milioni di dollari, ma senza contare le perdite su investimento " esterovestiti".


Maxi-condanna a Madoff «Vivrò sempre nel rimorso»
Sentenza simbolo: al finanziere 71enne 150 anni di carcere
di Marco Valsania
NEW YORK
Una condanna esemplare: 150 anni di carcere. Accolta da applausi in aula, dove erano assiepate le vittime. E fuori dal tribunale, per strada, da altre manifestazioni dei tanti truffati. Se andrà bene recupereranno una frazione dei loro risparmi, ma almeno il giudice Denny Chin non ha concesso sconti di pena a Bernard Madoff. Al 71enne finanziere responsabile d'uno dei più grandi scandali finanziari della storia, decine di miliardi di dollari strappati a investitori americani e internazionali dietro la promessa di farli fruttare con una strategia che, semplicemente, non è mai esistita. Il magistrato, anzi, ha messo in chiaro il significato simbolico di una condanna impossibile da scontare per intero: «Il messaggio da inviare – ha detto – è che i crimini di Mr. Madoff sono stati di una straordinaria malvagità». La sentenza dovrebbe mandare «un forte messaggio» a coloro che gestiscono i soldi di altri sotto la loro responsabilità, ha dichiarato il segretario della Casa Bianca Robert Gibbs. Straordinaria è sicuramente la pena, quando paragonata a quella imposta ad altri celebri truffatori. Bernie Ebbers, il 67enne fondatore di WorlCom al centro di un "buco" contabile da 11 miliardi scoperto sull'onda del crack di Enron nel 2001, aveva ricevuto 25 anni. L'ottuagenario John Rigas, dopo aver saccheggiato le casse della Adelphia Communications, era stato condannato a dodici anni. Per Madoff gli avvocati difensori avevano sperato in una sentenza alla Rigas. Gli esperti legali ritenevano che gli anni di galera sarebbero forse stati 35. E lo stesso Probation Department, incaricato di raccomandare al giudice parametri di pena, aveva suggerito 50 anni. Chin, invece, ha preferito la pena massima chiesta dalla pubblica accusa: per le «incredibili dimensioni della truffa» e per la necessità di scoraggiare in futuro potenziali imitatori. Il giudice ha aggiunto un'aggravante: la scarsa cooperazione mostrata da Madoff con l'inchiesta, nonostante il finanziere si sia riconosciuto in marzo colpevole di ben undici reati. Madoff, ha indicato, non ha «detto tutto ciò che sa».
Durante un'ora e mezza di udienza, prima del solenne annuncio di Chin, Madoff ha fatto pubblica ammenda. «Mi spiace – ha detto rivolto alle vittime, indossando un impeccabile completo scuro unico strappo alle regole carcerarie – So che non basta. Vivrò con il rimorso. Come si può scusare il tradimento di migliaia di investitori che mi hanno affidato i risparmi di una vita?». Ha inoltre usato l'ultima arringa per cercare di esonerare collaboratori e familiari: ha detto di «aver ingannato 200 dipendenti che da sempre lavoravano per me». Nonchè «un fratello (Peter) e due figli (Andy e Mark) che mi hanno aiutato a costruire una società di successo» e «una moglie (Ruth) che mi è stata al fianco per 50 anni». Finora solo il suo contabile è stato incriminato. Ruth Madoff ha rilasciato ieri una propria dichiarazione contrita: «Dire che sono devastata per tutti coloro la cui vita mio marito ha distrutto è davvero inadeguato ».
Ma i riflettori sono rimasti puntati sulle vittime, migliaia, note e meno note. Nove di loro hanno parlato in aula: «Possa Dio non avere pietà di te», ha tuonato Tom FitzMaurice, 63, ridotto sul lastrico con la moglie Marcia e costretto a tre lavori per far quadrare i conti. Sheryl Weinstein l'ha definito una «bestia». Carla Hirschhorn ha detto che la sua vita è «un inferno», senza i soldi per pagare gli studi alla figlia. Le vittime celebri sono rimaste lontane, ma sono ugualmente molte: da Hollywood all'aristocrazia, da hedge fund a banche globali, da università a associazioni di beneficienza, tutte attirate dalla reputazione di gestore «esclusivo» costruita negli anni dal truffatore. I nomi eccellenti comprendono il sopravvissuto all'Olocausto Elie Wiesel e il magnate dell'editoria e degli immobili Mort Zuckerman, il regista Steven Spielberg, l'amministratore delegato di Dreamworks Jeffrey Katzenberg e gli attori John Malkovich e Zsa Zsa Gabor. Il finanziere Thierry Magon de la Villehuchet, davanti alle perdite, scelse il suicidio. Madoff comincerà adesso a scontare la pena mentre le indagini proseguono, su possibili complici e società coinvolte nel rastrellare fondi dalle vittime. I misteri del caso cominciano con le cifre e la cronologia. Madoff ha sostenuto di aver cominciato il colossale inganno negli anni Novanta, mentre gli inquirenti ritengono che risalga almeno al decennio precedente. Ha riportato di investimenti fino a 65 miliardi di dollari. Ma nel confessare la truffa, lo scorso dicembre, aveva parlato di 50 miliardi. E finora le autorità hanno scoperto perdite per 13,2 miliardi in 1.341 conti aperti del 1995 in poi. Ad oggi sono stati rinvenuti asset per soli 1,2 miliardi, anche se Madoff è oggetto di un ordine di confisca di beni da 170 miliardi.


Dietro la truffa le lacune Sec nella vigilanza
di Antonella Olivieri
Le scuse che Bernard Madoff ha rivolto alle sue vittime non sono bastate: la pervicacia nel dichiararsi unico responsabile di una truffa da quasi 65 miliardi di dollari gli è valsa la condanna a vita. A poco più di sei mesi da quando, pressato dai riscatti, aveva deciso di consegnarsi alle autorità.
Giustizia è fatta? Forse, ma suona inverosimile che l'ex presidente Nasdaq sia riuscito, in splendida solitudine e indisturbato per almeno vent'anni, a confezionare una trappola nella quale sono caduti migliaia di investitori di tutto il mondo. Come è possibile che nella patria del capitalismo, nel sistema finanziario più evoluto al mondo, la rete dei controlli non sia stata in grado di intercettare per tempo il più banale dei raggiri, una catena di Sant'Antonio che di straordinario aveva soltanto una longeva estensione? Eppure, negli ultimi sedici anni, la Sec, la "Consob" americana, per ben otto volte ha ispezionato le attività di Madoff senza trovare uno straccio di argomento utile a fermarlo.
Incompetenza o complicità? Per ora le mosse dell'amministrazione Obama sembrano avvalorare la prima tesi, tant'è che la riforma della finanza appena presentata contiene tra i capisaldi proprio il rafforzamento delle competenze della Sec, alla cui guida oggi c'è Mary Schapiro, designata dal presidente eletto, non ancora in carica, a meno da 24 ore dal mea culpa recitato dal suo predecessore, Christopher Cox.
Alla Sec fa capo la supervisione su broker e dealer, transfer agent, società di clearing, società di asset management e consulenti agli investimenti. Un compito improbo controllarli tutti: solo i consulenti registrati negli Usa assommano a 10mila, tant'è che non si è mai riusciti a scrutinarne più del 10% ogni tre anni. Ma ufficialmente Madoff era un broker, almeno fino a due anni prima del crack, quando finalmente si era deciso a registrare l'attività di advisory che serviva da copertura per il suo "Ponzi scheme". A quel punto la Sec era intervenuta per controllare cosa ci fosse di vero nelle voci che gli attribuivano un ruolo nella gestione di alcuni hedge fund che attiravano investitori a frotte grazie alla costanza delle loro performance a due cifre. Ma a fine 2007 gli ispettori Sec archiviavano il dossier, sostenendo che le violazioni riscontrate non erano poi così gravi da imporre provvedimenti.
L'ultimo di una serie di incidenti collezionati a partire dal '92 quando l'Authority, seguendole tracce di una raccolta di fondi clandestina in Florida era arrivata fino a Manhattan, al quartier generale di Madoff. Il broker era riuscito a dimostrare che non uno dei 440 milioni di dollari che gli erano stati affidati era sparito, cavandosela con la restituzione delle somme. Di nuovo nel 2005 la Sec aveva scoperto la gestione non denunciata di 8 miliardi per conto di 16 hedge fund, ma si era accontentata delle spiegazioni di facciata: semplice operatività connessa all'attività di brokeraggio. Oggi, dopo sei mesi di indagini, gli investigatori hanno appurato che per almeno 13 anni al 17° piano del Lipstick building non era stata conclusa nemmeno un'operazione, ma che la supposta attività di consulenza si limitava all'incasso delle somme raccolte dai fondi feeder, per poi, con queste, remunerare i presunti investimenti e far fronte ai riscatti.

In Italia impatto di «soli» 187 milioni
di Morya Longo

Sarà perché lo schema Ponzi l'ha inventato un italiano un secolo fa. O più probabilmente perché tanti investimenti italiani avvengono all'estero, schermati da fiduciarie. Sta di fatto che, a guardare i dati ufficiali, la truffa di Bernard Madoff sembrerebbe avere causato poche vittime nella penisola. Secondo l'inchiesta effettuata dalla Consob sul risparmio gestito, l'esposizione su Madoff dei fondi, delle gestioni patrimoniali e delle polizze ammonta infatti ad appena 187 milioni di euro in totale. Un nonnulla rispetto agli oltre 65 miliardi di dollari del crack. Un nonnulla anche rispetto alle perdite in Paesi come Spagna e Svizzera. Eppure, guardando dietro l'ufficialità, la ragnatela di Madoff è verosimilmente ben più fitta in Italia.
Partiamo dai dati sul risparmio raccolti dalla Consob. I fondi hedge hanno un'esposizione di appena 109 milioni di euro. Di questi 80 milioni riguardano solo Aletti Gestielle Alternative (gruppo Banco Popolare) e 13 milioni Bim Alternative (gruppo Banca Intermobiliare). Ancora inferiore l'esposizione dei fondi italiani aperti: 19 milioni di euro, di cui 13,6 milioni di un fondo gestito da Fondaco Sgr. Idem per le gestioni patrimoniali (28 milioni) e le polizze unit-linked vendute in Italia ( 31 milioni). L'unica vicenda delicata è quella del fondo Igm, commissariato il 9 aprile. Ma anche questa è una situazione circoscritta. Se si guarda la lista dei 13.657 clienti di Madoff si ha la stessa impressione: solo cinque nomi sono italiani. Quelli di Domenico De Sole, Arrigo Mayer, Paolo e Andrea Dini e quello del reverendo Stanislaw Wrobel della Congregazione del Santo Redentore con sede a Roma. Cifre simili, infine, sull'esposizione delle banche.
Eppure il fondo Kingate, uno dei maggiori feeder fund di Madoff, veniva venduto da due italiani residenti a Londra (Carlo Grosso e Federico Ceretti) attraverso la loro società Fim Advisers. Possibile che abbiano avuto così pochi clienti nel loro Paese d'origine? Stesso discorso per Sonia Kohn, la fondatrice di Bank Medici partecipata al 25% dal Gruppo UniCredit attraverso Bank Austria: anche lei ha sempre lavorato in Italia e con clienti italiani. Anche le banche svizzere (con i loro schermatissimi clienti) hanno sempre trattato con gli italiani. La stessa Consob ha calcolato che i fondi di diritto estero gestiti da soggetti riconducibili a gruppi italiani sono esposti su Madoff per 830 milioni di euro. Insomma: è verosimile che la ferita di Madoff nel nostro Paese sia ben più profonda rispetto a quello che le cifre ufficiali lascerebbero intendere, perché molti italiani hanno investito dalla Svizzera o da altri Paesi.
L'unica cosa certa è che per tutti i truffati sarà difficile recuperare i soldi persi. Ad oggi sono partite decine di cause dall'Italia e dall'estero: gli investitori truffati hanno citato in giudizio i fondi "feeder" (quelli replicanti della strategia di Madoff), le banche depositarie, i venditori e i revisori. L'hanno fatto nei tribunali statunitensi, in quelli delle Cayman, in quelli europei. Ma dato che fino ad ora l'unico responsabile certo è Madoff in persona, anche i fondi feeder e le banche stanno promuovendo decine di contro-cause. Basta un esempio per capire questa ragnatela. Igm ha fatto causa a Hsbc (la banca depositaria del fondo su cui ha investito), a Bank Medici e a tanti altri. Ma Bank Medici, che si ritiene a sua volta truffata, ha fatto causa ad Hsbc. Insomma: è in corso una guerra di tutti contro tutti. E difficilmente vinceranno tutti...

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By:FireArrow
Postato martedì, 30 giugno 2009

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By:FireArrow
Postato lunedì, 29 giugno 2009

Sul comportamento - spesso scorrettissimo verso i clienti - adottato dalle banche, ho già scritto molto.

Ma quando si legge, come nel caso degli articoli tratti da Plus de Il Sole 24 Ore del 27 Giugno scorso, di comportamenti di "pirateria" bancaria, riconducibili ad atti di pura delinquenza perpetrati dagli istituti di credito ai danni della propria clientela, ci si comincia a domandare fino a quando dovremo tollerare tutto questo. Fino a quando tali "organizzazioni criminali legalizzate" avranno carta bianca per poter compiere ogni atto teso esclusivamente al proprio profitto, a danno di ignari risparmiatori in buonafede, senza subire sanzioni e punizioni esemplari?

Purtroppo sono molto pessimista in proposito. Anche e soprattutto perché è un fenomeno di portata mondiale e nessun governo riesce ad arginare il fenomeno in modo incisivo.



MAL DI BUDGET
Io, nonostante tutto, rispetto i clienti


Sono un direttore di filiale di una banca e ho letto con grande piacere il risultato della ricerca pubblicata su «Plus24» del 30 maggio scorso, che a mio avviso può sintetizzarsi così: la vendita dei prodotti è fatta soltanto ed esclusivamente in funzione delle commissioni di up front che gli stessi generano. E questo alla faccia del soddisfare le esigenze del cliente, della Mifid e così via dicendo.
La mia inquietudine nasce dal fatto che vivo questo lavoro con grande rispetto per il cliente, filosofia che evidentemente non mi porta certo a essere ben visto dalla mia direzione; quando consiglio un cliente di acquistare un CcT al posto di una polizza index linked, non so quale delitto oppure reato commetto, ma i modi con i quali la direzione si rivolge a noi della rete rasentano la minaccia, il disprezzo per chi chiude la giornata senza vendere nessun prodotto; poco importa se i clienti sono soddisfatti dei nostri consigli e della nostra consulenza.
Siamo indietro con il budget, dobbiamo recuperare redditività per cui ci dicono di piazzare index! Adesso mi chiedo se sia mai possibile, malgrado quello che è successo nel mondo, che nessuna autorità competente intervenga con tutta la competenza e la forza necessaria per segnare un cambio di passo.
Noi della rete, abbiamo due scelte: consigliare ogni cliente con la giusta interpretazione delle sue esigenze, oppure pensare soltanto al budget non curandoci del domani e del rispetto del cliente stesso. Appartengo alla prima categoria, ma pago un prezzo, in termini di serenità personale e qualità della giornata lavorativa, altissimo. Non nutro realmente grandi speranze che le cose possano cambiare.
Un direttore di filiale - (via e-mail)


Oltre la Mifid. I lati oscuri della direttiva
L'errore? Forzare il profilo
Resta difficile differenziare con precisione i soggetti

Con l'entrata in vigore della Mifid il rischio di rimanere incastrati nelle maglie del formalismo si è amplificato. Eppure la direttiva doveva garantire maggior tutela. «Con il documento sulla profilatura del cliente – spiega l'avvocato David Giuseppe Apolloni – c'è una sfera formale maggiorata. Ma non sempre a questo corrisponde un'effettiva maggior tutela». Molti risparmiatori, catalogati in base a questionari standard, sono stati identificati con profili di rischio ai quali corrispondono specifici prodotti. Le maglie sono così rigide che se per ipotesi si vogliono acquistare prodotti non in linea al profilo, il computer che consente la procedura rifiuta il processo.
E in concreto i risvolti? «Quello che spesso si verifica è la non esatta identificazione del risparmiatore nel giusto profilo: – aggiunge Apolloni – nella maggioranza dei casi i risparmiatori vengono inquadrati in profili medi. Il che consente agli intermediari di vendere una gamma più articolata di prodotti. Basterebbe verificarli, questi questionari. Nel 90% i profili sono identici. Va da sè che il meccanismo non funziona. E se la Consob facesse un'ispezione oggi, accertando questo fenomeno, forse si potrebbe evitare molti contenziosi in futuro. L'altro rischio, ben più grave, e che i profili vengano forzati». Insomma, si convince il signor Rossi a manifestare e dichiarare qualcosa che non è proprio in linea ai suoi desiderata e poi gli si chiede di firmare. Il risultato? A M.R., pensionata di Perugia, è capitato di sottoscrivere un fondo obbligazionario e in nove mesi di perdere più di seimila euro. Che fare? «Nel voler alzare la rischiosità del profilo al cliente di fatto – spiega ancora Apolloni – si vendono prodotti più rischiosi. Il dramma qual è? Poiché le banche si sono trincerate dietro una modulistica perfetta, con indicazione dichiarata del conflitto di interesse e via di seguito, il risparmiatore può fare ben poco».
E anche in tema di execution only
(la mera esecuzione di un ordine) sorgono problemi perché la Mifid ha stabilito che la banca è responsabile solo della mera esecuzione. Quindi è tenuta a comprare il titolo al miglior prezzo «ma delle problematiche allegate (come il rischio di default) – conclude Apolloni – non è responsabile ». A quel punto cosa si può fare? «Bisognerebbe dimostrare con un testimone che in realtà si volevano comprare dei BoT ma il dipendente allo sportello ha convinto il risparmiatore a comprare i bond di Città del Capo. Ma è un'impresa quasi impossibile».

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By:FireArrow
Postato lunedì, 29 giugno 2009

Non la conoscevo.....

Però, non mi dispiace per nulla....

 

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By:FireArrow
Postato domenica, 28 giugno 2009

Alcuni anni orsono, ovvero in tempi non sospetti, molto ma molto tempo prima della più catastrofica crisi finanziaria mondiale (dopo il 1929, si intende, ma per ragioni differenti) in un giorno d'inizio estate lessi - su Il Sole 24 Ore - che nel periodo solitamente dedicato alle ferie estive, ovvero da fine luglio a settembre, era sempre consigliabile evitare sia di vendere che di comprare titoli et similia. Insomma, d'estate è meglio mandare in ferie investimenti e disinvestimenti finanziari e ripensarci, con calma, prima dell'autunno.

Ultimamente, proprio a causa della recente crisi che - tra le altre cose - ha mandato in crisi fior di economisti, consulenti e risparmiatori, prima di prendere decisioni sui propri investimenti e sui propri risparmi conviene attenersi a poche e semplici regole e mantenere sempre gli occhi ben aperti. Il mondo finanziario è una giungla in cui è facile perdere l'orientamento e lasciarsi tentare da facili "appigli", salvo poi scoprire che ci si è gettati a capofitto nelle sabbie mobili.

Riporto quindi, a beneficio di tutti coloro che non si accontentano dei rendimenti offerti dalla piastrella di casa o dal materasso, i suggerimenti pubblicati in un interessante articolo da Plus de Il Sole 24 Ore del 27 giugno scorso.

Le dieci regole salva-risparmiatori

I        Compra solo ciò che comprendi

La finanza è fatta di formule matematiche, regole spesso astruse e non certamente alla portata di tutti. Se di un prodotto non riesci a comprendere appieno il funzionamento e il meccanismo che determina il rendimento futuro, meglio lasciar perdere. A maggior ragione se lo sportellista bancario o il promotore finanziario che te lo propone non è in grado (neppure lui, capita!) di spiegartelo.


II       Lontani dagli «strutturati»

L'ingegneria finanziaria ha fatto miracoli nell'ultimo decennio, portando però il mondo intero sull'orlo della catastrofe. Opzioni, derivati, leve e chi più ne ha, più ne metta. Uno strutturato è un prodotto complesso, spesso un'obbligazione cui è legato un derivato che permette (o meglio promette) guadagni aggiuntivi a seconda del verificarsi di certe condizioni di mercato. Diffidate sempre.
Quell'opzione ha un costo che pagate voi (in modo implicito) e non è affatto detto che le probabilità di guadagno supplementare si verifichino.


III     Il fascino ambiguo dei subordinati

Esistono molte obbligazioni vendute sul mercato che hanno una caratteristica: la subordinazione. Ciò vuol dire che il loro rimborso non è del tutto automatico, qualora la società dovesse incontrare problemi di deterioramento del merito di credito. Potreste veder decurtata o sospesa la cedola, fino ad arrivare nei casi più gravi alla cancellazione dei flussi futuri o alla riduzione del valore nominale del titolo. Avete in mano un'obbligazione che presenta anche i rischi di un investimento in azioni. Ma non lo sapete.


IV     Polizza, cara polizza

Le polizze vita offrono molti vantaggi: dall'impignorabilità alla deducibilità fiscale fino alla consapevolezza di potersi ritrovare con un certo capitale a scadenza. Ma molti sono anche gli svantaggi e i costi occulti. Dai caricamenti effettuati dalle compagnie che arrivano a incidere parecchio sul capitale realmente investito fino all'opacità dei loro investimenti. Spesso si tratta di prodotti strutturati, che investono in fondi o altri strumenti quindi con duplicazioni di costo, vestiti da polizze assicurative.


V      Fondi monetari: rendimenti a zero

C'è una categoria di prodotti tra i fondi comuni che mostra sempre più la corda.
Ovverosia la convenienza nel comprarli è sempre meno evidente. Dall'avvento della moneta unica con la stagione dei tassi bassi e complice ora la crisi finanziaria, i costi di gestione che la società incassa ogni anno finiscono per erodere del tutto i rendimenti ottenuti. Già perché un fondo monetario finisce per comprare BoT e consimili, che oggi rendono poco meno dell'1%. I costi si portano via il 60% di quel già modesto un per cento. Ne vale la pena?

VI     Prospetti sì, ma di facile lettura

Le emissioni di prodotti venduti sul mercato sono accompagnate da prospetti informativi: una sorta di «istruzioni per l'uso». Spesso però sono tomi voluminosi di qualche centinaio di pagine di difficile comprensione. Occorrerebbe uno sforzo da parte di emittenti e regolatori per avere prospetti sintetici di poche pagine con evidenziate le cose indispensabili da sapere. E in ogni caso cercate sempre nelle «istruzioni per l'uso» la parte sui rendimenti attesi. Se questi sono inferiori a titoli di Stato di pari durata, lasciate perdere. L'investimento non conviene.


VII    La spia dei rendimenti troppo alti

La regola è di quelle auree. Quando si prefigurano ritorni sul proprio investimento molto elevati rispetto ai titoli di Stato è sempre meglio alzare le antenne: ad alti rendimenti corrispondono matematicamente alti rischi. Non solo. C'è da preoccuparsi anche quando si garantiscono ritorni alti ma anche regolari nel tempo, indipendentemente dalle condizioni generali dei mercati. Solo un genio può fare sempre meglio dei mercati in cui investe e darvi sempre ritorni positivi.
Solo un genio o un truffatore, come il caso Madoff dovrebbe aver insegnato.


VIII   Conciliazione per rimborsi più veloci

Conviene ricorrere al giudice ordinario in caso di controversia? Sì, se il risparmiatore non ha firmato alcun documento che attesti la sua propensione al rischio (come oggi avviene con la Mifid) e sul contratto di ricezione dell'acquisto ordini manca la sua firma: è evidente infatti la negligenza dell'intermediario ed è più facile avere indietro l'intero ammontare dell'investimento. Al contrario, ha senso percorrere le strade stragiudiziali, puntando alla conciliazione, se la controversia riguarda somme non elevate e il contendere si concentra prevalentemente sull'adeguatezza dell'investimento.


IX     Alla larga dagli «illiquidi»

Poter cedere un titolo se questo non assolve al ruolo affidatogli al momento dell'acquisto è fondamentale quando si investe. Uno strumento che presenta vincoli o penalizzazioni all'uscita può – a buon diritto – mettere in sospetto il potenziale sottoscrittore. Liquidabilità spesso va a braccetto con trasparenza.
Anche per questo prodotti finanziari non quotati o trattati «over the counter», fuori mercato cioè, presentano elementi di rischio non sempre correttamente prezzati dal mercato. E per questo da maneggiare con estrema cura.


X     Sapere prima chi è il «giudice»

Prima di sottoscrivere un prodotto finanziario è utile sapere qual è l'autorità di vigilanza cui rivolgersi in caso di problemi. Una precauzione che aiuta l'investitore a frenare l'emotività e lo prepara all'eventualità più negativa. Sui prospetti informativi queste indicazioni sono esplicitate, ma in una riga tra magari centinaia di pagine. Il consiglio è chiedere, a chi colloca o consiglia il prodotto finanziario, di indicare con precisione se è la Consob, ad esempio, o l'Isvap il «giudice» di pertinenza: un modo, tra l'altro, per mettere alla prova la buona fede di chi fornisce il consiglio.



INVESTIMENTI TRASPARENTI
Ecco tutti i rischi da evitare sui mercati
Clienti in trincea in vista di un'estate calda

di Marco lo Conte

La fregatura? È tale proprio perché arriva da dove non te l'aspetti. Per questo è tutta in salita la via italiana - quella normativa – di proteggere gli investitori dalle problematiche che i mercati finanziari possono presentare. Si pensi al boom di strumenti a capitale garantito dopo lo scoppio della bolla azionaria hi-tech: da Cirio e Parmalat alle polizze collegate a Lehman Brothers, in molti casi l'esigenza di protezione del risparmiatore è stata frustrata; nel migliore dei casi, le perdite pregresse sono state congelate. Per questo è opportuno corazzarsi: facendo leva sulla propria cultura e informazione in materia finanziaria.
Ma anche tenendo conto di alcune semplici ma decisive regole: un elenco di avvertenze che l'investitore deve tener presente al momento di decidere di mettere a frutto i propri denari: individuando in modo appropriato la strategia di investimento, gli strumenti da utilizzare e gli intermediari da cui farsi assistere. «Plus24» ha individuato le dieci regole auree per evitare fregature in futuro: perché, come visto, non sappiamo bene da dove arriverà lo strale che punta a colpire i nostri portafogli. Pertanto – come si fa nei momenti di crisi – è il caso di focalizzare le regole base per non pentirsi di aver riposto male la propria fiducia.
Fondamentale la prima regola, quella della comprensione: non esiste sofisticazione finanziaria o assicurativa in grado di proteggere da qualsiasi evento. Anzi, spesso la semplicità fa premio. Per questo è bene astenersi dal sottoscrivere prodotti di moda, esotici, dalla complessità superiore alle nostre forze intellettive. Perché non c'è niente di male ad ammettere di non capire bene come funziona un'obbligazione strutturata o le condizioni di mercato per le quali un bond retrocede il suo rendimento al proprio sottoscrittore (anche gli addetti ai lavoro fanno molta fatica).
La complessità, non a caso, va a braccetto talvolta con opacità: come nel caso dei bond che oltre a riconoscere una cedola periodica e la restituzione del capitale a scadenza sono agganciate a valori che aumentano o diminuiscono cedole e/o capitale, come nel caso delle obbligazioni subordinate. La varietà e la complessità dei titoli strutturati è decisamente superiore alle esigenze della stragrande maggioranza degli investitori. Ed è tutto da dimostrare che gli istituzionali siano i destinatari elettivi di prodotti complessi.
Ci sono poi strumenti inadeguati allo scopo prefissato: un fondo monetario ha in genere costi tali da erodere i loro rendimenti, soprattutto nelle fasi come quelle attuali in cui i tassi offerti dai BoT sono particolarmente bassi. Un rischio spesso sottovalutato è poi la liquidabilità dell'investimento: il vincolo di non alienabilità prima di un periodo predeterminato, rappresenta un potenziale problema per chi lo sottoscrive. E infatti se gli scambi su un titolo quotato si riducono, si allarga la distanza tra denaro e lettera – domanda e offerta –, e questo spinge spesso le quotazioni al ribasso.
Anche per queste ragioni, a parità di rendimento e affidabilità dell'emittente, il vincolo di alcune polizze finanziarie di essere sottoscritte per intere decadi – pena forti penalizzazioni – rende questi strumenti eccessivamente onerosi rispetto ai comuni titoli di Stato (che tra l'altro di frequente offrono rendimenti superiori). La struttura dei costi, caricati talvolta fin oltre il 90% del totale nelle prime rate, è solo uno dei modi di vincolare il cliente. Eppure i prodotti di cui stiamo discutendo sono trasparenti. Ma di una trasparenza spesso soltanto formale: prospetti informativi eccessivamente lunghi e complessi occultano con un eccesso di informazioni le notizie rilevanti. Ottenerle da un intermediario diventa indispensabile, ma non sempre ciò è possibile: perché talvolta l'interesse di chi vende un prodotto finanziario è proprio quello di non evidenziare le informazioni che rappresenterebbero agli occhi di un risparmiatore un deterrente all'investimento. In ogni caso, sapere chi è il «giudice » cui appellarsi in caso di problema, è un'indicazione di buon senso (come tenere a portata di mano il kit del Pronto Soccorso). Disattesa però da tutti.

 

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By:FireArrow
Postato domenica, 28 giugno 2009

Pubblico esattamente quanto riportato dal sito Italian Blogs for Darfur in merito alla manifestazione "Giornata Mondiale del Rifugiato 2009".

La giornata Mondiale del Rifugiato 2009 con un pensiero al Darfur
di Giulia Fresca

Nonostante le aspettative fossero a favore di un interesse generale nei confronti della "Giornata Mondiale del Rifugiato 2009", i media nazionali hanno dimenticato di trattare la notizia per come essa meritava. Ciononostante le manifestazioni hanno interessato molta parte dell'Italia ed in particolare, con un giorno di anticipo, si è celebrata all’Università della Calabria, grazie alla volontà del movimento studentesco per i diritti umani DEStrutturante che ha organizzato un incontro-dibattito, con la giornalista Antonella Napoli, presidente dell'associazione Italians For Darfur ed autrice del libro-reportage "Volti e colori del Darfur" i cui diritti d'autore sono devoluti ad Emergency per la realizzazione dell’ospedale pediatrico di Nyala nella regione sudanese. La Giornata del Rifugiato avrebbe dovuto proseguire il giorno dopo (nella sua data ufficiale) a Cosenza, ma la coincidenza con il silenzio elettorale e la possibilità di azioni dimostrative, sebbene pacifiche, contro la politica governativa, hanno indotto gli uffici comunali a revocare l’autorizzazione concessa. Solo grazie all’immediata disponibilità, del direttore di un importante centro commerciale è stato possibile recuperare il pomeriggio di ieri, attraverso l’ospitalità di un banchetto del movimento per divulgare il volume di Antonella Napoli e far conoscere la protesta pacifica attuata dai Missionari Comboniani di Castelvolturno contro il pacchetto sicurezza approvato dal Governo, con la distribuzione dei permessi di soggiorno "In nome e in grazia di Dio". «Il problema del Darfur - ha detto Antonella Napoli agli studenti dell’università calabrese - nasce anche dalla mancanza di interesse politico degli Stati civili. L’aver visto con i miei occhi la condizione dei rifugiati nei campi profughi, la luce negli occhi di quei bambini e la forza di quelle donne nonostante la maggior parte siano state vittime di stupri delle milizie dei janjaweed, mi hanno indotto a operare per quel popolo, insieme all’associazione che rappresento, portando l’interesse verso il Darfur sui media nazionali. Oggi solo il 16% degli italiani sa che in quella regione c’è una crisi scaturita da interessi economici e geopolitici e si continua a sostenere che tre milioni di rifugiati e trecentomila morti non identifichino un genocidio». “Volti e colori del Darfur”, la cui prefazione è di Monica Guerritore e contiene uno scritto di Suliman Hamed Ahmed, è un viaggio tra i rifugiati nei campi profughi del Darfur che attraverso le immagini esclusive ed i racconti di stupri e di bombardamenti diviene un reportage, realizzato ad Al Fasher, della regione del Sudan più dimenticata dal resto del mondo. «Volti, sguardi, preghiere inascoltate. La rabbia repressa e il dolore immane per una vita strappata, una dignità violata, una ferita aperta che il tempo non riesce a sanare. Tutto questo e molto di più è il Darfur -ci dice Antonella Napoli -la regione del Sudan dilaniata da un conflitto iniziato nel 2003 e che ha provocato, secondo stime Onu, tra i duecento e i trecentomila morti e costretto quasi tre milioni di persone a rifugiarsi nei campi profughi. A spingerle lontane dalle loro case sono la paura e la violenza dei janjaweed, i cosiddetti ‘diavoli a cavallo’, milizie armate arabe che hanno seminato il terrore tra le etnie africane. La crisi umanitaria in Darfur è considerata, a livello mondiale, la più grave degli ultimi decenni, eppure la percentuale di coloro che conoscono questo dramma è letteralmente imbarazzante ad iniziare da alcuni nostri politici che ancora credono che “darfur” sia la marca di una caramella.» Italians For Darfur Onlus è l'associazione per i diritti umani con sede a Roma, alla quale aderiscono giornalisti, artisti, educatori e operatori umanitari, e che grazie all'attività svolta attraverso due Global Day e un concerto al Parco della Musica ha indotto i maggiori telegiornali nazionali ad incrementare le notizie sul Darfur, che hanno da sempre trovato spazio ed attenzione su Articolo21. «La poca sensibilità dei media, e di conseguenza della società civile, nei confronti di questa tragedia è palese. - continua Antonella Napoli - Basti pensare che mentre si celebrava il sessantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, nel Darfur meridionale venivano rapite e stuprate delle donne che si erano allontanate dal campo profughi di Kalma per raccogliere legna. Nessun organo di informazione ne ha dato notizia. Per dire ‘no’ a tutto questo, mobilitare l’opinione pubblica in favore del Darfur e per garantire una migliore qualità del servizio televisivo italiano e dei media in generale, è nata dapprima online, grazie a Mauro Annarumma, ‘Italians for Darfur’. Ecco perché è stato concepito questo volume, dopo un mio viaggio tra gli sfollati nei campi profughi e nelle periferie delle città del Darfur. Uomini, donne e bambini che nonostante una vita ai limiti della sopravvivenza hanno ancora qualche sprazzo di luce negli occhi. Ed è attraverso gli sguardi impressi nelle foto e le storie raccontate in questo libro che speriamo di riuscire a toccare nel profondo chi oggi ha tra le mani ‘Volti e colori del Darfur’ e contribuisce così a tenere accesa quella flebile luce, la luce della speranza.Occorre rinnovare il concetto di cooperazione sburocratizzando le procedure, vietando strumentalizzazioni sull’azione del “rifugiato” ed avviando una riforma per la gestione dei fondi spesso oggetto di mera ripartizione».

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By:FireArrow
Postato sabato, 27 giugno 2009

Tempo addietro avevo partecipato, con il racconto ANGELICA, al contest narrativo "Highlander" ospitato dal blog "Le storie di Laura e Lory".

Ora, grazie ad un'idea delle curatrici del blog e di Alaine - che ne ha curato la pubblicazione - il contest è diventato un e-book dove sono contenuti quasi tutti i racconti che avevano partecipato.

highlander

Questo è l'e-book, che è possibile scaricare in modo totalmente gratuito QUI.

Avevo già provato una grandissima soddisfazione nel partecipare al concorso. Vedere però un mio racconto pubblicato in una raccolta....beh, per me è la prima volta e sono davvero emozionata....

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By:FireArrow
Postato venerdì, 26 giugno 2009

Ha provocato le reazioni di molti blogger con la parte (l'articolo 28) ad essi inerente.

Ma è davvero come sembra?

Leggiamo quanto pubblicato il 25 giugno su Nòva24 del Il Sole 24 ore.

Rettifica da blog
di Andrea Monti

Il disegno di legge A1415 che riforma in modo molto criticato il sistema giuridico delle intercettazioni, prevede all'articolo 28 anche un obbligo di rettifica per i "siti informatici" (qualsiasi cosa significhi questa locuzione). Dal momento in cui riceve la richiesta dell'interessato, dunque, il responsabile delle trasmissioni informatiche o telematiche deve provvedere entro quarantotto ore. Se non lo fa, ne risponde anche penalmente. È evidente la confusione concettuale del legislatore, che si è manifestata in definizioni criptiche e difficilmente applicabili. Fatto sta che la (futura) norma ha suscitato nella " blogosfera" reazioni critiche.
Da più parti si è gridato al tentativo di "imbrigliare" i blogger imponendo loro di dotarsi di un direttore responsabile e di richiedere l'iscrizione al registro nazionale della stampa. In realtà il ddl è talmente malscritto che consentirebbe anche un'interpretazione diversa, che "salverebbe" le risorse informative non professionali. La norma, infatti, parla esplicitamente di testate tradizionali e dunque, quando si riferisce a siti informatici e trasmissioni telematiche è legittimo pensare che sottintenda qualcosa come siti "gestiti da professionisti dell'informazione". Ed è proprio questo il punto. Sia il ddl, sia i suoi acerrimi commettono un errore: confondono il "mezzo" con il "messaggio". Un professionista dell'informazione (giornalista) è e rimane tale a prescindere dal mezzo che usa. È ovvio, dunque, che la legge sulla stampa valga per lui in ogni caso. Viceversa, un blogger – in quanto tale – non è un giornalista; è "solo" una persona che manifesta le proprie opinioni. E un blog non ha titolo per equipararsi automaticamente a una testata giornalistica, della quale non ha le tutele ma nemmeno gli obblighi normativi. D'altra parte,non c'è alcun vuoto normativo sul punto, visto che già oggi anche il gestore di un sito internet o di un forum possono essere sanzionati civilmente e penalmente se vìolano la legge, senza bisogno di emanare nuove norme.


e questo è l'Articolo 28



All'articolo 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) dopo il terzo comma è inserito il seguente:
«Per le trasmissioni radiofoniche o televisive, le dichiarazioni o le rettifiche sono effettuate ai sensi dell'articolo 32 del testo unico della radiotelevisione, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177. Per i siti informatici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono»;
b) al quarto comma, dopo le parole: «devono essere pubblicate» sono inserite le seguenti: «, senza commento,»;
c) dopo il quarto comma è inserito il seguente:
«Per la stampa non periodica l'autore dello scritto, ovvero i soggetti di cui all'articolo 57-bis del codice penale, provvedono, su richiesta della persona offesa, alla pubblicazione, a proprie cura e spese su non più di due quotidiani a tiratura nazionale indicati dalla stessa, delle dichiarazioni o delle rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro reputazione o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto di rilievo penale. La pubblicazione in rettifica deve essere effettuata, entro sette giorni dalla richiesta, con idonea collocazione e caratteristica grafica e deve inoltre fare chiaro riferimento allo scritto che l'ha determinata»;
d) al quinto comma, le parole: «trascorso il termine di cui al secondo e terzo comma,» sono sostituite dalle seguenti: «trascorso il termine di cui al secondo, terzo, quarto, per quanto riguarda i siti informatici, e sesto comma» e le parole: «in violazione di quanto disposto dal secondo, terzo e quarto comma» sono sostituite dalle seguenti: «in violazione di quanto disposto dal secondo, terzo, quarto, per quanto riguarda i siti informatici, quinto e sesto comma»;
e) dopo il quinto comma è inserito il seguente:
«Della stessa procedura può avvalersi l'autore dell'offesa, qualora il direttore responsabile del giornale o del periodico, il responsabile della trasmissione radiofonica, televisiva o delle trasmissioni informatiche o telematiche non pubblichino la smentita o la rettifica richiesta».

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